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domenica 25 giugno 2017

"Nabucco" Arena 2017 - RECENSIONE da OperaClick.com: promossa la regia di Arnaud Bernard, allestimento all'altezza della gloriosa storia dell'Arena per il quale un meritato riconoscimento va ai tecnici dei laboratori areniani. Dal punto di vista musicale, bene coro ed orchestra, bocciato il cast dei cantanti.


Verona - Arena: Nabucco inaugura la stagione 2017

La nuova stagione areniana 2017, è proprio il caso di dirlo, si è aperta col botto anzi, per essere precisi, con i botti: le esplosioni dei cannoni, delle spingarde e dei moschetti asburgici che sedavano nel sangue i moti rivoluzionari del celebre '48 milanese. È infatti in questo periodo chiave del risorgimento italiano che il regista francese Arnaud Bernard ha pensato di spostare la vicenda del Nabucco verdiano. Così gli assiro-babilonesi vestono divise austro-ungariche e gli ebrei si trasformano nel popolo italiano assetato di libertà. L'impatto visivo è di grande effetto, quasi da kolossal cinematografico. Le scene di Alessandro Camera sono un autentico capolavoro di ingegneria artistica; la fedele riproduzione del Teatro alla Scala la cui piazza, insieme alle vie circostanti, diventa epicentro degli scontri fra italiani e austriaci, nel secondo atto ruota su sé stessa e mostra sul retro gli interni di un palazzo nobiliare. Ma la cosa più impressionante ci viene mostrata nel corso del quarto atto: l'imponente struttura scenografica ruota nuovamente e si trasforma nell'interno della sala del Piermarini. La platea é popolata da ufficiali austriaci mentre palchi e loggione appaiono affollati da spettatori italiani che rumoreggiano, lanciano volantini e al momento opportuno urlano e fanno comparire bandiere tricolori e striscioni con scritto VIVA VERDI. Incredibile il lavoro che è stato fatto intorno a questa costruzione al fine di rendere la necessaria fedeltà visiva ma è ancora più interessante pensare al contenuto di questo splendido involucro, in grado di portare decine di persone sino al punto più alto della struttura, garantendone ovviamente la sicurezza. Un lavoro di progettazione e realizzazione di assoluto livello.

Le idee registiche funzionano. Zaccaria diventa una sorta di Giuseppe Mazzini che arringa gli italiani a stare uniti, resistere e combattere. Nabucco, l'imperatore Francesco Giuseppe. Fenena è una principessa austriaca ed ovviamente Ismaele un ufficiale italiano. Abigaille, anch'essa principessa austriaca ma anche virago spietatissima che non esita a finire con colpi di pistola alla testa i rivoltosi agonizzanti. Una regia che intelligentemente non cerca l'inutile filologia storica ma si prende quelle piccole libertà utili a far funzionare il tutto, quasi fosse un film. Infatti potremmo dire che a Milano sarebbe stata più congrua la presenza del generale Radetzky; durante i moti milanesi del '48 non vi erano soldati italiani e tantomeno le crocerossine che nacquero a fine '800: imprecisioni certamente volute e senza dubbio perdonabili.

Davvero ben risolto il quarto atto, soprattutto il momento in cui Nabucco concede la libertà agli ebrei: per rendere la cosa più credibile la scena si svolge all'interno della Scala con Nabucco tornato ad essere babilonese sul palcoscenico insieme agli ebrei ed il pubblico rumoreggiante sulle teste degli austriaci seduti in platea; per qualche minuto abbiamo vissuto i brividi del risorgimento e non ci è stato possibile rimanere impassibili di fronte ai tricolori svolazzanti e alle scritte VIVA VERDI.

Un allestimento indubbiamente all'altezza della gloriosa storia dell'Arena di Verona.

Sotto il versante musicale le cose sono andate solo discretamente.

Innanzi tutto si è potuto contare sulla sicurezza offerta dall'esperta bacchetta di Daniel Oren. Il direttore israeliano ama da sempre Nabucco e si sente; una direzione intensa e passionale la sua, mai prevaricante delle voci e sempre con grande attenzione a tutto ciò che avviene sul palcoscenico. Pochi direttori hanno la capacità nel grande spazio areniano di far quadrare bene i conti come riesce Oren.

Buona la resa dell'Orchestra dell'Arena di Verona e davvero ottima la prova del Coro ben preparato da Vito Lombardi.

George Gagnidze nel ruolo protagonista di Nabucco non evidenzia una vocalità particolarmente voluminosa ma canta con gusto, senza forzature, mostrando un bel legato e sforzandosi di dare un senso al testo cantato.

Inizia male Tatiana Melnychenko nel difficile ruolo di Abigaille: nel primo atto infila una discreta sequenza di note calanti. Si riprende abbastanza bene nella grande aria di apertura del secondo atto ma pasticcia parecchio nella cabaletta le cui agilità sono piuttosto approssimative. Nel prosieguo dell'opera acquisisce maggiore sicurezza ma non riesce a convincere.

Non ci ha entusiasmato nemmeno Stanislav Trofimov nei panni di Zaccaria. Il basso russo ha mostrato un ottimo volume sui centri ma alcune difficoltà sul registro acuto piuttosto forzato e sui gravi raggiunti con difficoltà.

L'Ismaele di Walter Fraccaro è scenicamente atletico (corre come un ragazzino nonostante il caldo asfissiante dell'Arena) e vocalmente baldanzoso, sonoro e squillante. Ottima davvero la sua resa vocale.

Impressione positiva ha destato la Fenena ben cantata di Carmen Topciu.
Buona anche la prova del giovane Romano Dal Zovo nel ruolo del Gran Sacerdote di Belo il quale ci ha fatto sentire una vocalità maturata vocalmente e tecnicamente rispetto ai nostri precedenti ascolti.

Paolo Antognetti, qui impegnato nel ruolo di Abdallo, mostra una voce che potrebbe ambire a ruoli di ben altro spessore.

Brava anche Madina Karbeli nel ruolo di Anna.

Al termine grande e meritato successo di pubblico, nonostante il caldo torrido al limite del sopportabile.

La recensione si riferisce all'inaugurazione del 23 Giugno 2017.


Danilo Boaretto

Rassegna Stampa - 25 giugno 2017


Nabucco, il nodo delle prove per la «prima» e i punti neri delle voci

domenica 25 giungo 2017

Recensendo la Prima del Nabucco all’Arena di Verona, titolo inaugurale del 95° Opera Festival, premetto che ho con sofferenza abbandonato l’anfiteatro alla fine del secondo atto. Perché ho riscontrato inadeguatezze vocali e storture visive. Ma andiamo con ordine partendo dalle parti vocali. Alcune di queste, come sappiamo, Verdi le scrisse in funzione degli interpreti della prima rappresentazione. Per il ruolo di Zaccaria, infatti, disponeva di un cantante di eccezionali doti vocali come Prosper Dérivis, tra i migliori bassi di allora, e la parte di Abigaille per Giuseppina Strepponi una delle più grandi soprano del tempo ma purtroppo già in declino nel 1842. Il Coro, comunque, è il personaggio principale e va subito detto che ha ben figurato in tutti i settori. Complimenti ai soprani per il coro di vergini per la grazia ed eleganza nella mezza voce ma anche la forza e la precisione ritmica dei bassi nel «Maledetto dal Signor» del coro dei Leviti. Sugli scudi il Maestro Vito Lombardi per averci offerto una solida preparazione, grande compattezza e ottima capacità di muoversi sulla scena del suo coro. Ad Abigaille, protagonista assoluta dell’opera, dal punto di vista vocale è richiesta una grande potenza di suono, soprattutto negli acuti, buona agilità e sicurezza negli ampi salti melodici. Abigaille, figlia adottiva di Nabucodonosor, è una donna che incute terrore ma anche spietatezza con il suo essere e il suo saper muoversi sulla scena. L’ucraina Tatiana Melnychenko ci ha offerto una buona lettura delle note da cantare (con qualche rigidità negli acuti però) ma nulla ci ha offerto nei contenuti testuali e, soprattutto, nella sua presenza scenica. Ben altri riferimenti visivi e sonori ci sono soggiunti alla memoria e il confronto non è stato all’altezza. Non ci è noto se il maestro concertatore ha con lei potuto lavorare sui recitativi e sulla vocalità ma conoscendo bene il maestro Oren ci sembra che Abigaille non abbia potuto godere dei suoi insegnamenti. Scusi Sovrintendente non è che lei ha concesso al maestro Oren di arrivare in loco a ridosso della Prima senza poter espletare adeguate prove? Attendiamo. Parimenti l’altro grande interprete, Zaccaria il «gran pontefice degli ebrei», dovrebbe avere voce stentorea e potente in grado di sovrastare la massa corale dato che spesso non agisce mai da solo ma sempre attorniato dal suo popolo. Quale delusione ci ha procurato il basso russo Stanislav Trofimov, voce inconsistente e molto fallosa nell’emissione, certamente il peggiore di tutto il cast messo in scena. Meglio di lui è stato certamente l’altro basso nel ruolo del Gran Sacerdote di Belo, il veronese Romano Dal Zovo, giovane dalla voce interessante, di bel colore e ben impostata e che meglio di Trofimov poteva certamente fare nel ruolo di Zaccaria se il maestro concertatore avesse potuto predisporne le giuste prove e scelte. La parte di Nabucco non presenta dal punto di vista tecnico difficoltà insormontabili ma solo grandi capacità attoriali. È una di quelle parti «che si fa da sola» come ci ha lasciato scritto Verdi, basta avere cura del fraseggio e della recitazione dato che la seconda parte del suo ruolo contempla un personaggio sconvolto a afflitto muovendosi prevalentemente nel registro medio. Il baritono georgiano George Gagnidze solo a tratti è riuscito a calarsi nel ruolo offrendoci, inoltre, una prestazione vocale discontinua. Corretti gli altri ruoli sostenuti da Walter Fraccaro (Ismaele), Carmen Topciu (Fenena), Paolo Antognetti (Abdallo), Madina Karbeli (Anna). Bene l’orchestra con un plauso al primo violoncello per l’assolo a «Tu sul labbro» con Zaccaria e alle sezioni dei fiati. L’allestimento non plausibile (come abbiamo già motivato nella presentazione è inverosimile che nel musicare il Nabucco Verdi avesse in animo di inaugurare il risorgimento musicale italiano), e a nostro giudizio troppo caotico, era curato dal regista francese Bernard Arnaud (regia e costumi) e Alessandro Camera (scene) con l’apporto del bravo Lighting Designer Paolo Mazzon.

Dal maestro Daniel Oren, di cui abbiamo apprezzato le scelte musicali e la tenuta complessiva, ci aspettavamo delle scelte in sala prove che non ci sono pervenute. Peccato che non abbia potuto mettere mano ad un cast non adeguatamente predisposto dall’assenza di una direzione artistica. È questo, infatti, il vulnus negativo di questo management: la mancanza di un direttore artistico competente. Fondazione Arena ha bisogno di essere governata da chi in tutte le sue espressioni ama il teatro e lo sa condurre e realizzare.

"Nabucco" Arena 2017 - RECENSIONE da ApeMusicale.it : delude l'edizione inaugurale dell'opera verdiana di Arnaud Bernard che apre la 95° stagione d'opera in Arena. Bocciati regia, cast dei cantanti non all'altezza ed aspetto musicale. Si salva solo il coro. Pubblico freddo e pochi applausi.


LE CINQUE GIORNATE DI NABUCCO.

di Andrea R. G. Pedrotti

Ambiziosa quanto incoerente e irrisolta la nuova produzione dell'opera verdiana a cura di Arnaud Bernard per l'inaugurazione della stagione estiva areniana. Nonostante la presenza di un direttore esperto degli spazi veronesi e assiduo interprete di Nabucco come Daniel Oren, delude anche l'aspetto musicale.

VERONA, 23 giugno 2017 - Dopo appena due anni Nabucco torna a inaugurare il Festival lirico dell’Arena di Verona e dopo tre ritroviamo sul palco dell’anfiteatro scaligero una nuova produzione.

Il regista, Arnaud Bernard, decide di ambientare le vicende narrate da Verdi e Solera nel contesto delle Cinque Giornate di Milano; la scelta è, invero, discutibile, poiché il momento storico non ha nulla a che fare con la drammaturgia di quest’opera. L’idea complessiva parte da un luogo comune, tanto diffuso quanto errato, secondo il quale nei melodrammi di Giuseppe Verdi fossero contenuti espliciti riferimenti alle vicende politiche risorgimentali. Questo valeva per La battaglia di Legnano, commissionata dalla Repubblica Romana di Armellini Mazzini e Saffi, alla cui prima era presente anche Garibaldi: per tutte le altre, no.

La contestualizzazione in un preciso momento storico va motivata ancor più di un’idea dal sapore atemporale, come fu quella dell’Aida del 2013.

Si sono volute rappresentare le Cinque Giornate di Milano e, allora, tanto valeva studiare un po’ meglio un qualsiasi libro storia delle scuole dell’obbligo. La scena si svolge a Milano, nei pressi e all’interno del teatro alla Scala. La città meneghina ha un governo italiano (con tanto di gran bandiera repubblicana del dopoguerra novecentesco) e brulica di soldati italiani. Qui Bernard, perciò, ci fa intendere che, nel marzo del 1848, l’odierna bandiera fosse già in uso e che Milano fosse controllata da un fantomatico (perché non ancora esistente) esercito italiano. Nei bozzetti i costumi sono indicati esplicitamente come di “soldati italiani”: pur volendo tentare elasticità potremmo pensare che si riferisse all’esercito piemontese, ma i sabaudi non parteciparono alla sommossa milanese.

Milano (secondo Bernard già italiana prima che l’Italia esistesse) viene occupata dagli austriaci nella conquista di una città che, nel 1848, era già sotto l’egida dell’aquila bicipite. Ricordiamoci che, in questo guazzabuglio generale, stiamo presenziando a una recita di Nabucco, dove la trama vorrebbe che le milizie babilonesi conquistino Gerusalemme e deportino gli ebrei nella mezzaluna fertile e l’intera opera di sviluppi sul desiderio di un popolo di tornare alla propria patria lontana. I milanesi sono a Milano e non capisce dove abbiano intenzione di tornare.

A ogni modo, secondo la fantasiosa ricostruzione di Bernard, gli austriaci avrebbero invaso la città e occupato la Scala, con la sede del governo nel foyer dello stesso teatro. Nabucco è truccato da Francesco Giuseppe, Ismaele è un soldato italiano e Zaccaria è un simpatico popolano tracagnotto aduso a strattonare i suoi connazionali. Da un sacerdote ci si aspetterebbe un comportamento differente, ma, secondo Arnaud Bernard, egli non è un sacerdote, è un borghese che canta frasi che nulla hanno a che vedere con l’azione scenica. Ricordiamo che l’opera, in teoria, sarebbe Nabucco. Comico, se non tragicomico, il momento in cui il Gran Sacerdote pronunzia la frase “Vieni, o levita!… Il santo codice reca!”, alla quale segue l’ingresso di un carbonaro (nome in codice “Levita”?) con un dispaccio che sostituisce la tavola della legge.

Francesco Giuseppe (alias Nabucco) perde il senno per un colpo di pistola al capo; il governo passa nelle mani di Abigaille che nelle stanze del potere (il foyer della Scala) si esibisce in una serie interminabile di posture di maniera tali da far rimpiangere il gusto “avanguardistico” di Gianfranco De Bosio. Spade sguainate, ampi gesti delle mani, pose plastiche: un ricettario vintage a tratti sconcertante.

La regia scade decisamente nel kitsch nel terzo e quarto atto. Viene ricostruita la sala della Scala (con un palco inspiegabilmente sbilenco), all’interno della quale un cartonato di una Menorah ci fa intendere che al Piermarini stia per andare in scena un Nabucco. Gli austriaci in platea e gli italiani nei palchi e nelle gallerie. Da notare come Bernard (anche costumista) non abbia minimamente pensato a dare un senso alla disposizione degli stessi, con popolani nel secondo ordine di palchi mescolati all’alta borghesia milanese. Tipico del 1848, almeno secondo il regista francese.

Va in scena Nabucco, con una quantità inusitata di comparse sul finto palco scaligero (l’orchestra non c’è, ma non si può pretendere troppo). Durante l’esecuzione di “Va’ pensiero” il pubblico (quello della Scala fasulla) è cheto finché non viene pronunciata la frase “patria sì bella, perduta”: in questo momento austriaci e italiani cominciano a insultarsi reciprocamente con plateale gestualità. Per chi l’avesse visto erano movenze molto simili a quelle che si scambiavano la plebe e i nobili in Il fornaretto di Venezia del quartetto Cetra. In più, nella celebre parodia RAI, essi si scambiavano anche dei plateali “cicca, cicca, boum!” Qui, ovviamente, non è accaduto perché siamo nel contesto di una produzione di musica, cosiddetta, “colta” e il livello culturale di Antonello Falqui e Gino Landi non è sicuramente paragonabile a quello di una produzione come questa.

Al termine del celebre coro viene mostrato alla sala (quella finta e al pubblico dell’Arena) uno striscione recante la scritta “W V.E.R.D.I.” (viva Vittorio Emanuele re d’Italia). Era un acronimo risorgimentale, è vero, ma senza senso nel contesto delle Cinque Giornate di Milano (il rifermiento è esplicitato dal regista nelle note) e, nel 1848, sul Piemonte, regnava Carlo Alberto.

Il finale non migliora: l’idolo infranto è un altro cartonato sul palco della finta Scala che si spezza, colpito da una scintilla, a mo’ di macchina teatrale seicentesca, scatenando le risa dei presenti. Francesco Giuseppe diviene Nabucco (dopo la pazzia) sul palco scaligero e si riscopre patriota carbonaro italiano, brandendo un tricolore e perdendo i baffoni. Fenena canta l’aria conclusiva in costume tradizionale come Abigaille, ma quest’ultima può vantare una controfigura sul palco (col costume da alto-borghese ottocentesca) che si dispera guardando il finto Nabucco, alla finta Scala. Al termine gran confusione di volantini tricolori e bandiere enormi sul palco, nell’indifferenza di un’Arena gelida, che sovente ha fatto mancare del tutto l’applauso durante l’opera. Impressionante il silenzio collettivo al termine del secondo atto. Nemmeno la presenza continua di cavalli, carrozze, reggimenti, barricate, etc.. ha saputo scaldare gli animi. Unico timido applauso a scena aperta l’apparizione della ricostruzione dell’interno della Scala.

Si poteva pensar meglio della resa musicale, ma, per la prima volta, siamo costretti a non lodare una concertazione di Daniel Oren all’Arena. Tecnicamente ineccepibile, manca di passionalità, mordente e teatralità. I volumi sono fin troppo contenuti e l’intera opera appare solfeggiata: vanno a tempo, nulla di più. Una mancanza grave da parte del direttore israeliano (a Napoli per Manon Lescout fino a tre giorni prima) è il non aver impedito una serie di interminabili rumori di scena, scoppi fragorosi, esplosioni continue, talmente forti da soffocare per tutto il primo atto orchestra e cantanti. Anche le prime note dell’ouverture sono coperte: Oren è bravo ad attaccare in pianissimo, ma la corsa sul palcoscenico di alcuni ragazzini (i Martinitt) copre l’esecuzione. Bastava avvertire di farli entrare in scena una frazione di secondo prima.

Peggiore assoluto del cast è l’imbarazzante Zaccaria di Stanislav Trofimov: la voce non è mai proiettata, perennemente soffocata da un’emissione in dietro, difetta anche dal punto di vista recitativo. Purtroppo la sua è stata una prestazione insufficiente sotto ogni punto di vista.

Su livelli simili l’Abigaille di Tatiana Melnychenko, che, a differenza, del collega, appare dotata d’un buon mezzo vocale, ma i registri sono disomogenei: i centri non sono mai proiettati e gli acuti non sono mai opportunamente a fuoco. Nella cabaletta dell’aria “Anch'io dischiuso un giorno”, “Salgo già del trono aurato”, le maende nella gestione dei fiati sono palesi, le parole vengono ignorate, tranne quando il soprano è costretto ad abbandonare l’impostazione vocale e scadere nel parlato, urlando letteralmente alla sala “l’umil schiava a supplicar”.

Alterno il Nabucco di George Gagnidze, chiude il secondo atto con stonature e stecche plateali, prima di affrontare un III e IV atto correttamente insipidi.

Anonimo l’Ismaele di Walter Fraccaro: si impegna molto sia vocalmente sia scenicamente, ma non va oltre a una buona professionalità e a una discreta gestione di un mezzo non eccezionale.

Migliore del cast è la Fenena di Carmen Topciu, brava in scena e accurata nel fraseggio. La voce non ha la freschezza e la morbidezza del debutto in Arena dello scorso anno (forse anche a causa del clima), quasi fosse chiusa da un po’ di catarro. A conclusione dell’opera è l’unica a non demeritare.

Completavano il cast Romano dal Zovo (Gran Sacerdote di Belo), Paolo Antognetti (Abdallo) e Madina Karbeli (Anna).

Buona la prova del coro (specialmente quello maschile) della Fondazione Arena, diretto da Vito Lombardi, unico fra i complessi capace di regalare qualche emozione positiva.

Regia e costumi erano di Arnaud Bernard, le scene di Alessandro Camera e le luci di Paolo Mazzon.


Pubblico particolarmente freddo, forse anche per la totale assenza di una linea drammaturgica nell’idea registica, visivamente sconnessa da un libretto (per di più proiettato nei sovratitoli) che racconta una storia totalmente diversa nei significati.

Rassegna Stampa - 24 giugno 2017


Nabucco patriottico e kolossal l’opera in Arena torna a incantare
Colori e grandi masse, l’allestimento mantiene la promessa di stupire. E conquista il pubblico

sabato 24 giugno 2017

VERONA Asburgici come assiri, risorgimentali al posto del «leon di Giuda». Il nuovo Nabucco «areniano», prodotto direttamente dalla Fondazione, come da promessa stupisce non appena, all’ingresso, compare il palcoscenico. Non siamo chiaramente nel sesto secolo avanti Cristo, ma nella prima metà del diciottesimo, era volgare. Lo sfondo è visibilmente Milano, con il teatro alla Scala, dove l’opera verdiana fu rappresentata per la prima volta nel 1844, e il Duomo, che compare negli atti successivi. E fin da subito ci sono gli effetti speciali, con tanto di spari tra soldati dell’impero e il popolo delle barricate. La platea parla lingue di mezza Europa: accanto agli italiani, ai melomani veronesi, ci sono tedeschi, francesi e inglesi. La provocazione del regista Arnaud Bernard, patriottica e «antiaustriacante», forse non è del tutto colta dagli ospiti mitteleuropei. Poco importa: tutti accendono la candelina di rito.
Lo spettacolo parte con l’annunciato gong, suonato da un figurante che ricorda il tamburino sardo. Lo speaker si premura di avvisare il pubblico che gli spari e le cannonate previste dalla nuova ambientazione saranno a salve. Nei tempi del terrore globale nulla è scontato. Ai primi accenni dell’ouverture eseguita dall’orchestra diretta da Daniel Oren, sul palco si succedono giovanissimi soldatini, quindi una folla manzoniana, che fa garrire tricolori per poi venire dispersa dai colpi di colubrina e dai soldati a cavallo. Una rivoluzione simbolica che non fa prigionieri: il coro di Sion è sostituito da una cattolicissima processione. In questa atmosfera da Quarto Stato, c’è poco spazio per il divismo dei protagonisti. Il primo a comparire, Zaccaria, si distingue a malapena nella moltitudine. Il primo atto si conclude con un colpo di scena: la bandiera italiana gettata tra le fiamme di un braciere dalla guardia imperiale. La dimensione da kolossal, insomma,c’è tutta e anche se molti sono visibilmente ammaliati, non manca una minoranza critica. «Mi sembra una pagliacciata» mormora un vecchio frequentatore, veronese de soca .
Per quanto riguarda i comfort tecnici, confermati i sopratitoli, in italiano e in inglese, su due ampi schermi, introdotti l’anno scorso. Un allestimento, quello del nuovo Nabucco, importante anche per il cast, dal profilo internazionale: nella parte del protagonista, George Gagnidze, baritono georgiano (ritenuto tra i migliori performer, nella sua estensione vocale, a livello mondiale) che si era esibito in Arena sei anni fa, nella Traviata. Alla vigilia della «prima», Gagnidze aveva affermato di voler impersonare un Nabucco (conciato, per l’occasione come Francesco Giuseppe), forte, autorevole e «potente», una promessa che non è stata tradita.
Altra «vecchia conoscenza» dell’anfiteatro è Tatiana Melnychenko, che ha già interpretato il ruolo di Abigaille in al Metropolitan Opera di New York, senza dimenticare la sua esibizione, sempre da primadonna dell’opera verdiana, nel festival del centenario,. È stata la prima volta in Arena per il nuovo Zaccaria (parte di basso dell’opera), interpretato dal giovane russo Stanislav Trofimov. La «quota italiana» è rappresentata dal tenore Walter Fraccaro, nel ruolo di Ismaele, aficionado dell’Arena che il pubblico potrà ritrovare anche nell’Aida, dove interpreterà Radames.

Davide Orsato

E Fuortes sciorina ottimismo «Questa produzione una svolta Imboccata la strada giusta»

VERONA «Ricordo i miei inizi nel mondo del vino: per i nostri partner commerciali esteri, trovare un biglietto in Arena era una sorta di aspirazione. La speranza è che sia davvero il festival del rilancio, oggi, perché l’estate areniana può essere fonte incredibile di coesione tra forze produttive e cultura». È la serata della prima, col nuovo Nabucco di Bernard, e al cocktail organizzato da Confindustria, in Gran Guardia, c’è anche la regina dell’Amarone, Marilisa Allegrini, in abito lungo come tutte le signore, che cercano nei ventagli un po’ di sollievo dalla canicola. Si brinda ed è il tradizionale cin-cin dei volti dell’industria scaligera, delle istituzioni, della cultura. Si chiacchiera, pure, e si chiacchiera dell’Arena. Uno dei primi a farlo è il commissario di Fondazione Arena, Carlo Fuortes, firmatario del piano di salvataggio e rilancio: «Il bilancio 2016 s’è chiuso oltre le più rosee aspettative. Le prevendite per la stagione stanno andando molto bene. E quest’allestimento del Nabucco è un punto importante: penso che una nuova produzione all’anno sia la strada giusta. I ritardi circa lo sblocco dei fondi della legge Bray? Non sono imputabili alla Fondazione Arena, c’è un iter non semplice ma penso che siamo ormai vicini. L’annuncio del candidato sindaco Sboarina di voler riassumere il corpo di ballo? Tutte le decisioni prese fin qui sono state giuste e meditate, quello che farà il prossimo sindaco non lo so…». Insieme al sindaco uscente, Flavio Tosi, c’è la sua compagna e candidata, Patrizia Bisinella, al ballottaggio proprio con Sboarina. Tra gli altri politici: l’ex candidata-sindaco del Pd, Orietta Salemi, il deputato veronese del M5S Mattia Fantinati, da Roma il ministro Claudio De Vincenti. Il musicologo Michele Dall’Ongaro, sovrintendente dell’Accademia Santa Cecilia di Roma, dice che «è un momento propizio in Italia per rilanciare l’opera e questo nuovo Nabucco in Arena può essere il simbolo del voltare pagina verso un equilibrio economico che rimi con la qualità».

Il sovrintendente di Fondazione Arena, Giuliano Polo, spiega, allora, che «i segnali di rinnovato interesse verso il festival lirico areniano ci sono», e gli fa eco il direttore esecutivo della Fondazione, Francesca Tartarotti, che veste un abito in seta giapponese da lei stessa disegnato: «Per la rinascita dell’Arena è questione di poco». Chi spera pure in «una ripresa del mecenatismo verso l’Arena» è il presidente di Confindustria Verona, Michele Bauli: «Che il nuovo Nabucco sia un inizio, per puntare su qualità e allestimenti al passo coi tempi. Dal prossimo sindaco? Ci si aspetta la scelta di persone giuste, per la Fondazione». Del mondo dell’industria c’è tanto, da Pilade Riello a Sandro Veronesi, passando per Giuseppe Manni, secondo il quale «servono managerialità in Fondazione e nomi di grido che riportino qui i melomani stranieri». Quindi gli enti e le realtà economiche: da Giuseppe Riello (presidente della Camera di Commercio) a Paolo Arena (presidente dell’aeroporto Catullo), da Maurizio Danese (Veronafiere) ad Alessandro Mazzucco (presidente di Fondazione Cariverona). E infine Jean Pierre Mustier, ad di Unicredit, prima volta in Arena per lui, che si dice «orgoglioso di essere partner, con Unicredit, di un festival così importante».

Matteo Sorio


Scala, Bologna, Arena: l'opera si fa in tre

Milano, Bologna, Verona: tradizionalmente, è dentro questo triangolo che ribolle più forte la passione operistica italiana. Però Scala, Comunale e Arena hanno anche proposto in questi giorni dei modelli di spettacolo molto diversi. Che forse meritano che non ci si limiti a raccontarli, ma ci si ragioni un po’ su.


1. Alla Scala, l’opera come nostalgia

"Il ratto del serraglio" - Teatro alla Scala di Milano
Il teatrone celebra i vent’anni dalla morte di Giorgio Strehler, i settanta dal suo debutto nel teatro musicale (proprio lì, «La traviata», 1947) e, in ultima analisi, sé stesso, riprendendo uno degli spettacoli più mitici del suo passato, di Strehler, della storia moderna dell’opera: «Die Entführung aus dem Serail», «prima» a Salisburgo nel 1965, alla Scala dal ’69, visto e rivisto qui e in altri siti. Stravisto? No. È ancora una meraviglia: il gioco delle silhouette, con i cantanti illuminati quando recitano e controluce quando cantano (avete detto Singspiel?), le tipiche pose «da Piccolo», la malinconia mozartiana dietro le geometrie degli amori, la gran rinuncia del «turc généreux», per dirla con Rameau, che commuove tanto Konstanze che magari, quasi quasi, un pensierino a restare in Barbaria lo fa, prima di imbarcarsi con l’amato Belmonte... Erano gli Anni Sessanta, Mozart non era più una questione di figurine di biscuit leziose e asessuate, e dietro ci si scoprivano abissi psicologici ed erotici fino ad allora insospettati. Lo spettacolo di Strehler fu un capolavoro e, come tutti i capolavori, nacque dentro il suo tempo.
Alla Scala l’ha rimontato, benissimo, Mattia Testi e l’ha diretto la stessa bacchetta di più di mezzo secolo fa, Zubin Mehta. «Il ratto dal serraglio» Mehta l’ha sempre diretto benissimo e continua a dirigerlo benissimo, con tempi magari più distesi di una volta ma con la stessa malinconia disincantata e affettuosa insieme, forse appena più crepuscolare per il tempo che passa. E che eleganze viennesi, che morbidezze, che rubati infallibili: una direzione perfetta per questa regia. La compagnia di canto, magari, un po’ meno. Lenneke Ruiten, Konstanze, canta bene, intonata quasi sempre, fissa talvolta, espressiva quasi mai. Mauro Peter sarebbe un notevole Belmonte se non decidesse di eseguire anche «Ich baue ganz», che di solito si taglia (dopo averlo sentito, si capisce anche perché) e in compenso, chissà perché, taglia «Wenn der Freude Tränen fliessen». Tobias Kehrer sta male, perché è solo l’ombra dell’Osmin eccezionale ascoltato a Glyndebourne nella produzione di McVicar. A posto Maximilian Schmitt come Pedrillo, intenso l’illustre Cornelius Obonya come Selim, l’unica «da Scala», come si sarebbe detto una volta, è la meravigliosa Blondchen di Sabine Devieilhe, candidata numero uno alla successione impossibile della somma Nathalie Dessay.
Comunque, grandi applausi, commozione dei reduci, festa alla prima degli strehleriani ancora in servizio. Tutto bene. Con l’avvertenza che noi non siamo più quelli del 1965 e non lo è nemmeno Mozart. Perché nel frattempo il mondo è andato avanti (o indietro, non importa) e di conseguenza la nostra idea di Lui. Perché questa perfezione, quest’eleganza che percepivamo come mozartiane non lo sono più e il Mozart che vogliano, qui, oggi, adesso, è più spiccio, più profondo, più ambiguo, più divertente da una parte e più crudele dall’altra. Meno levigato, meno «risolto», forse anche meno compiaciuto. E questo vale per quel che si vede e per quel che si sente, perché non si può fare finta che tutto quello che è successo in questo mezzo secolo in termini di prassi esecutiva, spessori sonori, dinamiche e così via, semplicemente, non sia successo. Questo «Ratto» è un bellissimo, incantevole pezzo da museo, forse la riuscita migliore di un teatro che ambisce appunto a diventare il museo di sé stesso. Certo, incomparabilmente migliore della «Bohème» di Zeffirelli che si dava in contemporanea, che oggi è solo grottesca, ma altrettanto sottratto al fluire del tempo, chiuso in una bellezza remota e senza tempo. E, alla fine, scusatemi tutti, specie i reduci, inutile. 

2. Al Comunale, l’opera come one man show 

Intanto, al Comunale di Bologna va in scena «Lucia di Lammermooor», l’opera con cui Gaetano Donizetti inventò il melodramma romantico italiano. Capolavoro indiscutibile, amatissimo eccetera eccetera ma, di regola, non opera «da direttore» (anche se Karajan o Abbado non la pensavano così). A Bologna si va invece proprio perché sul podio c’è il direttore musicale della maison, Michele Mariotti, uno che si continua a chiamare «giovane» anche se alla sua età Mozart era già morto. E Mariotti fa, semplicemente, la più bella «Lucia» che io abbia sentito in un teatro. Non buttando via nemmeno una nota, per iniziare, nemmeno nei momenti meno belli o più scontati della partitura: ascoltare per credere come sono accompagnati, all’inizio, la narrazione di Normanno (Gianluca Floris, per inciso, bravissimo) o la cabaletta di Enrico. E poi Mariotti «racconta», sempre e comunque: senza cercare l’effetto, senza calcare la mano, semplicemente credendoci. Credendo in Donizetti, nella sua orchestra magari non raffinatissima ma sempre funzionale, nella sua musica forse «semplice» ma sentimentalmente devastante, nel suo teatro raffinatissimo, nel suo romanticismo forsennato e pulp, ingenuo e sincero, irresistibile. Io non credo che qualcuno possa non commuoversi ascoltando la ripresa di «Verranno a te sull’aure» come la dirige Mariotti: perché è fatta di nulla, ma dentro c’è tutto. Dinamica, agogica e colori dell’orchestra (eccellente, per inciso) sono «pensati» e calibrati al millimetro: ma danno sempre l’impressione di nascere lì per lì, e sempre sul teatro e sulla parola. 
Direzione meravigliosa. Peccato che intorno non ci siano né lo spettacolo né la compagnia che meriterebbe. Irina Lungu canta bene, ha i sopracuti e le agilità (meglio quelli di queste) ma esprime pochissimo: sembra sempre che canti l’elenco telefonico. Stefan Pop, acclamatissimo, ha in effetti tanta e bella voce tenorile, e sa pure cantare: peccato che se lo ricordi a intermittenza, alternando momenti da corde vocali baciate da Dio (sì, nei momenti migliori Pavarotti lo ricorda davvero, e non poco) ad altri trasandati o addirittura rozzi. Consiglio studio matto e disperatissimo, e diventerà un grande. L’artista con la personalità più spiccata risulta quindi Markus Werba, benché si dimentichi una frase strada facendo e forse Enrico non sia la parte più adatta a lui.
Arrivando a Bologna, si erano letti resoconti così terroristici sulla regia di Lorenzo Mariani che alla fine la si è vista con sollievo. Si tratta in effetti di una «Lucia» delle più tradizionali, con il coro in fila per due col resto di tre, loro che cantano il duetto d’amore non guardandosi ma guardando il pubblico, insomma il solito spettacolo d’opera corrente, almeno in Italia. Qualche idea è sballata, tipo Raimondo che minaccia Enrico con una pistola o il manichino di Lucia penzolante dal soffitto mentre Edgardo canta «Tu che a Dio spiegasti l’ali», ma quasi non si notano. E invece è molto bella quella di far iniziare il Sestetto come un rabbioso faccia a faccia fra Edgardo ed Enrico.
Resta il problema del Comunale di Bologna, che da anni dispone del miglior giovane maestro italiano e non è mai o quasi mai riuscito a costruirgli intorno degli spettacoli all’altezza delle sue direzioni. Un gran peccato.

3. All’Arena, l’opera come spettacolo 

"Nabucco" - Arena di Verona 2017
L’Arena di Verona inaugura la sua stagione numero 95 con «Nabucco». E se lo gioca bene, mettendo su uno spettacolo non solo affollato e iperaccessoriato come da tradizione, ma anche divertente, scanzonato, leggermente ironico, decisamente pop. Il punto di partenza del regista Arnaud Bernard non è nuovo: «Nabucco» come opera risorgimentale, con gli ebrei schiavi a Babilonia che sono gli italiani dell’Ottocento, gli assiri oppressori gli austriaci e così via. Tutto detto e ridetto, (e anche piuttosto falso, ma non è importante). Bernard decide anche di farlo vedere. La scena è quindi occupata da una simil Scala un po’ diroccata perché tutto intorno si stanno combattendo le Cinque giornate, con grande scialo di barricate, cannonate, spari, cariche di cavalleria, Martinitt, giubbe bianche, sciuri in tuba e popolani col berretto. Nabucco è Francesco Giuseppe con favoriti e tutto; Abigaille è un’amazzone austriaca cattivissima vestita da ussara; Fenena, Alida Valli in «Senso»; Zaccaria, un predicatore laico tipo Mazzini. Naturalmente, le pulci che si potrebbero fare sono moltissime. La Scala durante le Cinque giornate non fu nemmeno toccata; nel ’48,Franz Ioseph era un diciottenne glabro e pure belloccio; non si capisce a che esercito appartengano i soldati in blu che combattono gli austriaci, visto che i piemontesi arrivarono a Milano a cose fatte, e così via.

Ma che importa. Il primo atto è divertentissimo, con la battaglia, i cavalli, i cannoni e il Kaiser che sbuca in landò. Poi tutta la trasposizione diventa fatalmente un po’ confusa, tanto che a un certo punto si fatica capire chi è chi, finché l’azione non si sposta dentro la Scala (applausi per la bellissima ricostruzione, e chapeau ai laboratori dell’Arena, fanno onore alla tradizione) dove si rappresenta, appunto, «Nabucco», quindi abbiamo anche il teatro nel teatro. Gran finale con il «Va pensiero» che diventa la scena iniziale di «Senso», tricolori dappertutto, viva l’Italia e viva V.E.R.D.I. (ma nel ’48 c’era ancora Carlo Alberto...).
All’Arena non si va per sentire la musica, anche perché, nonostante le mitomanie sull’acustica perfetta, si sente pochissimo: si va per lo spettacolo. Che dev’essere semplice (per costruire sul «Nabucco» un’altra storia Bernard non basta, ci vuole Cerniakov), accessibile a un pubblico non sofisticato, abbastanza didascalico, fastoso e ben fatto. Esattamente com'era questo «Nabucco», fra il manuale di storia per le medie e Disneyland: e credete, è un pregio. Tanto più che la scena di Alessandro Camera è un capolavoro e, a differenza dei decoratori di casa all’Arena tipo Pizzi o gli eredi Zeffirelli, Bernard le masse, oltre a vestirle, le sa anche muovere.
Parte musicale risolvibile in tre righe. Daniel Oren zompa e salta sul podio senza molto costrutto, dato che i colori orchestrali latitano o, se ci sono, non pervengono. Coro eccellente nel «Va pensiero», bissato senza per la verità che nessuno l’avesse chiesto, meno altrove. Compagnia di slavi che o cantano male (Stanislav Trofimov, uno Zaccaria impossibile) o cantano alternando egregie cose a cadute di voce e di gusto (Tatiana Melnychenko, Abigaille) o cantano bene ma senza emozionare (George Gagnidze, Nabucco) e in ogni caso sempre in una lingua misteriosa e arcana, tipo le litanie del pope dietro l’iconostasi, che di certo non è il librettese di Solera. Vabbé, sono più di tre righe, ma insomma avete capito che questo «Nabucco» era solo da vedere.

Alberto Mattioli

venerdì 23 giugno 2017

Rassegna Stampa - 22/23 giugno 2017



Arena Extra, Bertucco attacca

giovedì 22 giugno 2017

Nel 2013 Fondazione Arena aveva ceduto alia controllata Arena Extra bozzetti, costumi e altri materiali con l'intento di far quadrare i conti della capogruppo. «Ebbene, nell'arco degli ultimi 3 anni - rileva Michele Bertucce, già candidato sindaco di Verona in Comune - questo patrimonio ha miracolosamente mantenuto intonso il proprio valore, stimato in 12,3 milioni di euro, sfuggendo così a tutte le leggi dell'economia che invece avrebbero voluto ci [fosse] quanto meno un ammortamento». E una delle «tante curiosità» che, dice Bertucco, si rileva dal bilancio d'esercizio 2016 di Arena Extra.





L’Arena di Sboarina «Senza copertura, rimetto il corpo di ballo»

venerdì 23 giugno 2017

VERONA «Se vogliono coprire l’Arena dovranno spararm!» Federico Sboarina sceglie proprio il vallo dell’Arena per rilanciare la polemica sul futuro del monumento più noto della città e sulla Fondazione lirica. «L’Arena – tuona - è di tutti noi e non va regalato a privati per fare le festicciole loro. L’Arena è di tutti e bisogna rilanciarla, rilanciando la Fondazione lirica. E proprio perché è nostra deve rimanere in mano pubblica».
Attorno a lui annuiscono, tra gli altri, il soprano Cecilia Gasdia, Stefano Casali, Matteo Gasparato, Ciro Maschio e il professor Sergio Noto. «Il rilancio della Fondazione è una delle cose più importanti per il nostro futuro e nasce da una situazione nota a tutti: c’è qui – spiega Sboarina – un’azienda che ha un prodotto unico, non dico semplicemente d’eccellenza ma addirittura unico. Eppure questa azienda arriva sull’orlo del fallimento, visto che il sindaco ne ha chiesto la liquidazione. È evidente – conclude Sboarina - che chi gestisce quell’azienda va cambiato».
Quanto al secondo tema, il livello degli spettacoli, Sboarinma fa un esempio…sportivo: «Se allo stadio Bernabeu c’è ogni giorno una partita tra Real Madrid e Barcellona, avremo ogni giorno un tutto-esaurito. Se giocano invece Cadore e Catena beach (le due ultime squadre di amatori in cui il candidato sindaco ha militato, ndr) anche se è il Bernabeu, allo stadio non ci va nessuno».
Sboarina ribadisce che il corpo di ballo va ripreso in organico perché, spiega, «la crescita di un’azienda avviene attraverso investimenti, non attraverso i tagli soprattutto se sono tagli di persone che lavorano ad alto livello».
Più in generale, secondo Sboarina, «non aver avuto a Verona, in questi anni, una gestione omogenea della Cultura con un assessorato apposito e con una apposita cabina di regia, è una ferita profondissima. Mi viene da sorridere, se non da piangere, - aggiunge - vedendo che legalità e trasparenza sono state tirate fuori 24 ore fa, fuori tempo massimo perché le schifezze si sono già verificate. E lo stesso discorso vale per la Cultura. Fa ridere che ora parlino di cabina di regia. Qui c’è qualcuno che si dimentica che in questi cinque anni ha amministrato! Il 77 per cento dei veronesi, - conclude - l’11 giugno ha votato per cambiare, ed è a tutti loro che adesso io mi rivolgo».

Lillo Aldegheri



«Su trasparenza e Arena con noi le vere risposte»
venerdì 23 giugno 2017 CRONACA, pagina 14


Una commissione comunale per la legalità e la trasparenza, come ha proposto la candidata sindaco Patrizia Bisinella? «Troppo facile dirlo ora. Noi da anni parliamo di questi temi e da mesi nel nostro programma c'è la proposta di istituire un assessorato alla trasparenza, che il candidato sindaco del centrodestra Federico Sboarina ha accolto e per questo lo sosteniamo».Lo dice Michele Croce, leader e candidato sindaco di Verona Pulita (4,98 per cento), insieme agli esponenti del suo movimento, presenti Sboarina con esponenti e sostenitori di Battiti e Verona Domani, sulla scalinata di Palazzo Barbieri.«Siamo fuori tempo massimo», dice Sboarina, «perché di questi temi abbiamo già parlato noi da mesi e abbiamo accolto pienamente il sostegno e questa proposta di Michele Croce». Usa la stessa espressione Sboarina, «fuori tempo massimo», rivolto allo schieramento Bisinella-Tosi, quando con Vittorio Bresciani, musicista in Arena, Cecilia Gasdia, soprano, entrambi candidati con lui, inquadra i suoi obiettivi per il rilancio della lirica in Arena e più in generale del monumento Arena. «Mi devono sparare se vogliono coprire l'Arena», dice, «perché questa è la casa dei veronesi, non deve essere martirizzata. E merita qualità». Il sindaco uscente, spiega ancora Sboarina, «voleva la liquidazione coatta, per me invece la Fondazione Arena deve restare in mano pubblica. Va rilanciata e per farlo occorre innalzare l'asticella della qualità. L'Arena è un'eccellenza che abbiamo solo noi al mondo, qualsiasi azienda che può disporre di un bene in monopolio fa fatturati altissimi, lo stesso deve accadere con l'Arena. Se porti eccellenza anche il privato è invogliato a investire sui grandi eventi».PER SBOARINA «vanno valorizzate le maestranze, investendo sul personale artistico e tecnico, con modernizzazione tecnologica dei laboratori. Il rinnovamento va fatto anche per la classe dirigente nelle aree che hanno mostrato in passato maggiore criticità gestionale. Assicuro il pieno sostegno al percorso di risanamento, ricordando che la Fondazione è anche il teatro Filarmonico, che con una programmazione di qualità potrebbe attrarre turisti anche in inverno. L'assenza, negli ultimi anni, di un assessore alla Cultura è stato un fatto gravissimo», conclude il candidato sindaco del centrodestra, «non aver avuto una cabina di regia omogenea è stata una ferita profonda per Verona».

Enrico Giardini


Verona, il nuovo Nabucco
L’attesa per la Prima

Al via la 95esima edizione del Festival di lirica. Misure di sicurezza, spari (di scena) in Arena, vip in Gran Guardia

23 giugno 2017

VERONA Bentornato festival lirico. Venerdì sera il nuovo Nabucco, firmato del regista francese Arnaud Bernard, inaugurerà la 95esima edizione del più antico e celebre tra i festival lirici all’aperto, mettendo la parola fine ad un anno vissuto pericolosamente in bilico da Fondazione Arena. E mentre in anfiteatro andrà in scena un Nabucco la cui regia prevede spari e botti, in occasione della prima torna il piano sicurezza con barriere e tripli controlli, metal detector all’ingresso, cani antiesplosivi e nuclei specializzati. Come da tradizione, comunque, la città si mobiliterà già in Gran Guardia alle 19, con l’aperitivo di benvenuto.

Il cocktail, organizzato da Confindustria, imporrà agli invitati di sfidare il caldo con stile elegante: abito lungo per le signore e cravatta nera per i cavalieri. Un rendezvous glamour che vedrà il presidente di Confindustria Verona Michele Bauli e la moglie Laura fare da padroni di casa per un centinaio di invitati super selezionati. Tra loro hanno confermato la presenza i più importanti capitani d’industria scaligeri, i massimi esponenti delle istituzioni, locali e nazionali, presidenti di aziende, amministratori e politici. Godrà delle spettacolo di questo nuovo Nabucco e, prima, dell’aperitivo sotto il loggiato della Gran Guardia, il numero uno di Unicredit Jean Pierre Mustier.

Secondo le anticipazioni sarà servito un menù estivo, dal sapore mediterraneo, durante il quale si potrà discutere di vino e finanza con «mister Amarone» Sandro Boscaini e con il figlio Raffaele; di impresa con il presidente del gruppo Veronesi Mario Veronesi o con il past president Bruno, con Giuseppe Manni presidente dell’omonimo gruppo industriale o con un altro storico capitano d’industria come Pilade Riello, senza dimenticare Sandro Veronesi patron del gruppo Calzedonia. A rappresentare il governo ci sarà il ministro Claudio De Vincenti accompagnato praticamente da tutti i parlamentari e i senatori veronesi e dai vertici delle istituzioni veronesi. Non mancherà il sindaco Flavio Tosi né i presidenti dei principali enti e delle realtà economiche veronesi: Giuseppe Riello, presidente della Camera di Commercio, e Paolo Arena dell’aeroporto Catullo, Maurizio Danese a capo di Veronafiere e Alessandro Mazzucco presidente di Fondazione Cariverona. Ha confermato la propria presenza anche il vescovo monsignor Giuseppe Zenti. Fitta anche la rappresentanza degli esponenti di Confindustria veneta a nazionale.

In Arena ci sarà anche il commissario di Fondazione Arena Carlo Fuortes: la sua è una presenza dal notevole valore simbolico. Il commissario, infatti, non tornava in città da prima della nomina del sovrintendente Giuliano Polo, ma è sua la firma sul piano di salvataggio e rilancio della fondazione: un piano di cui questa nuova produzione è uno dei punti fondamentali. In effetti, dopo un periodo economicamente molto tribolato, il nuovo allestimento firmato, per regia e costumi, da Arnaud e con le scene di Alessandro Camera è riuscito a riportare entusiasmo tra il pubblico e al botteghino. Un Nabucco innovativo, almeno nell'ambientazione , che abbandonata la ricostruzione storica tradizionale, trasporta la vicenda nel 1848, nel pieno dei moti risorgimentali milanesi. All’orizzonte la Scala danneggiata dalle cannonate, sul grande palco il tricolore e le barricate ammassate di oggetti comuni: protagonista il popolo oppresso, però stavolta quello della tradizione risorgimentale italiana. Perché la tirannia non è quella babilonese, ma il giogo austriaco imposto al Lombardo – Veneto.

Un’idea su cui il regista ha confermato di lavorare da anni, ispirandosi a Luchino Visconti che ambientò Senso alla Fenice. La direzione musicale, giovedì sera e per altre sette recite, è affidata al maestro Daniel Oren, uno dei maggiori interpreti verdiani e presenza fissa in Arena da oltre 30 anni, mentre protagonista sul palco, nel ruolo del re babilonese protagonista è la grande voce di George Gagnidze. Nabucco, poi, andrà in scena per altre undici serate, mentre sabato sarà la volta dell’opera simbolo dell’Arena, Aida, che nel corso di questo festival avrà le forme e la regia create dal gruppo artistico catalano Fura dels Baus.In platea, il brivido di un rito che si ripete da più di cento anni: le candeline accese sulle gradinate, i tre gong che vibrano nell’aria e il silenzio un attimo prima che la bacchetta del direttore si muova. La musica lirica è tornata.

mercoledì 21 giugno 2017

95° Stagione di Opera in Arena, l'anno del "riscatto"? - Rassegna Stampa - 21 giugno 2017


LO SPETTACOLO STA PER COMINCIARE.
Venerdì la prima della 95° stagione areniana col capolavoro verdiano rinnovato

Un «Nabucco» kolossal per il riscatto della lirica
Ambientazione risorgimentale, scene di massa e sequenze quasi cinematografiche. Il regista: «Un festival deve osare e proporre nuove idee»

mercoledì 21 .06. 2017 CRONACA, p. 10

La stagione lirica areniana bussa alle porte: in un giugno infuocato dal solleone e dalla campagna elettorale, l'opera areniana si riprende la scena da protagonista: venerdì la prima con Nabucco e sabato Aida apriranno la nuova stagione che si annuncia ricca di spunti interessanti.E alla conferenza stampa che il sovrintendente Giuliano Polo ha indetto ieri mattina per illustrare le due opere iniziali che apriranno il prossimo 95° festival areniano, la nuova produzione di Nabucco, firmata per la regia e i costumi dal francese Arnaud Bernard e quella di Aida del 2013 nella progettazione «moderna» della compagnia catalana de La Fura dels Baus, erano insolitamente numerosi i protagonisti presenti. A fianco del sovrintendente c'erano, oltre a Bernard, il suo fidato scenografo Alessandro Camera e il celebre baritono georgiano George Gagnidze che interpreterà il ruolo del protagonista Nabucco, «aggiornato» da Bernard alla figura dell'imperatore austriaco Francesco Giuseppe.Le vicende ebreo-babilonesi di Nabucco avranno, come è ormai noto, una trasposizione al nostro Risorgimento italiano, che Bernard ha scelto per la sua «aderente concezione» dell'opera verdiana rivissuta ai tempi in cui Verdi la scrisse. «Questa è un'occasione meravigliosa per ritornare in Arena, con uno spettacolo decisamente in chiave cinematografica, come conviene per una location così speciale. Spero piaccia al pubblico, ai giovani in particolare. Fare regia in così poco tempo a disposizione è veramente faticoso e richiede sforzi e partecipazione da tutti. Abbiamo impiegato tutte le maestranze a disposizione che ringrazio calorosamente e che in Arena sono di una professionalità e competenza uniche. Masse fantastiche e apporto del coro altrettanto stupefacente in un'atmosfera veramente collettiva. Prima di iniziare ho mostrato loro la targa murale che sta agli inizi di via Mazzini, quella che inneggia al sacrificio di Carlotta Aschieri, giovane eroina veronese trafitta a morte dal regime asburgico. Nabucco è qui, ho detto loro». «Un festival», ha soggiunto ancora Bernard, «deve osare di più, proporre nuove idee, spettacoli coerenti, senza stravolgimenti insensati e senza logica. Ormai ambientare Nabucco in Palestina avrebbe ricalcato vecchi schemi già visti e rivisti in tante altre occasioni. La drammaturgia dell'opera si presta a diverse interpretazioni e spettacolarità. Questa rivolta al Risorgimento italiano (mi sono riferito al film "Senso" di Visconti) credo sia in perfetta linea con la concezione di Verdi quando la scrisse». Anche lo scenografo Alessandro Camera si è unito nell'elogio del collega, ma ha indicato specialmente «la commozione che gli ha suscitato l'amore con cui tutti hanno creduto nel progetto di questo Nabucco. Tutto ciò ha garantito un livello qualitativo che non ho riscontrato tanto spesso nel teatro lirico». Nabucco dopo la serata inaugurale del prossimo venerdì 23, avrà altre 11 rappresentazioni, fino al 26 agosto. La dirigerà una bacchetta che la conosce nei più segreti recessi, quella dell'israeliano Daniel Oren, che sarà ripreso dal suo sostituto, lo spagnolo Jordi Benacer, per le recite del 12, 15, 18 luglio. Al tavolo di presentazione, con il segretario artistico maestro Raffaele Polcino, erano convenuti ieri mattina anche gli interpreti della Aida che andrà in scena sabato 24 giugno: il soprano Amarilli Nizza ed il tenore uruguaiano (da anni residente a Verona) Carlo Ventre. «Ormai siamo ambedue di elezione veronese», hanno detto, «visto che questo è il tredicesimo festival areniano a cui partecipiamo. Il lavoro de La Fura dels Baus è molto particolare, ma lo abbiamo già affrontato nella sua eccezionalità (hanno menzionato la grande centrale solare che sovrasta il palcoscenico e il Nilo con l'acqua in scena e i suoi coccodrilli, ndr). Speriamo solo di non essere azzannati da loro», hanno scherzato. Aida avrà nel festival un doppio allestimento. Oltre quello a dei catalani - che resterà in scena fino al 23 luglio con la direzione di Julian Kovatchev - dal 28 luglio alla conclusione del 28 agosto, tornerà in scena l'Aida storica del centenario con la regia di De Bosio, diretta dal nostro Andrea Battistoni. Altre opera in programma: Rigoletto, Madama Butterfly, Tosca e tre gala: quello con Roberto Bolle and Friends del 17 luglio, l'antologia della zarzuela e Placido Domingo del 21 luglio e la Nona Sinfonia di Beethoven del 15 agosto.

Gianni Villani



LA FONDAZIONE.
Il sovrintendente parla della forte ripresa e conferma l'inversione di tendenza

Arena , si volta pagina
Polo: «Ottimi segnali»
«L'operazione di risanamento intrapresa da Fuortes sta dando frutti: bilancio in pari, teatro più pieno. E aspettiamo 10 milioni da Roma»

mercoledì 21 .06. 2017 CRONACA, p. 11

«La strada del risanamento è imboccata. Le prime misure sono state già adottate. I primi risultati arrivano. E ad horas attendiamo che sia ufficiale l'accoglimento della richiesta di adesione ai fondi, che significa l'accesso a 10 milioni di fondi aggiuntivi stanziati nell'ambito della legge Bray». Il conto alla rovescia, ormai, è iniziato: il «la» della stagione lirica numero 95 in Arena sarà venerdì 23 giugno. Un avvio di stagione nel segno dell'ottimismo.«È un momento felice per noi», non nasconde il sovrintendente Giuliano Polo, che per sottolineare come la Fondazione Arena stia voltando pagina parte dall'inizio: dal «Nabucco kolossal», declinato in veste risorgimentale della prima di venerdì, nuovo e spettacolare allestimento («non accadeva da tempo»), che testimonia il ritrovato stato di salute dell'ente.«L'operazione di risanamento intrapresa già con il commissario Fuortes sta dando i primi frutti, tanto che chiuderemo il bilancio 2016, in pareggio». Il buco da oltre 28 milioni? «L'indebitamento verso terzi a fine 2016 si è ridotto a 26,5, con un recupero molto positivo». E nell'anno della crisi, in cui nemmeno si sapeva se la stagione sarebbe effettivamente partita, «abbiamo registrato anche un rinnovato interesse da parte del pubblico».Uno scenario diverso rispetto ai dati diffusi dal mensile di settore «Classic Voice», che aveva parlato di ripresa generale della lirica in Italia con giudizio sospeso, però, proprio su Verona, citando per Arena e Filarmonico un calo di spettatori pari a 40mila unità. «Negli ultimi anni la partecipazione allo spettacolo pubblico si è ridotta in maniera generalizzata per il periodo di crisi economica. Ma nel 2016», spiega il sovrintendente, «c'è stata una lieve inversione di tendenza».Quarantamila unità in meno, sì, ma a fronte di un numero inferiore di serate, scese da 54 a 48. «L'obiettivo, raggiunto, era aumentare la marginalità dei ricavi per le singole recite. A fronte di questo, c'è stato anche un lieve incremento del tasso di riempimento dell'anfiteatro, salito dal 55 al 59 per cento. Un dato che ancora non ci soddisfa, ma che fa ben sperare. E un segnale che si riverbera nella risposta positiva delle prevendite 2017», con un tutto esaurito nei posti numerati per la prima assoluta e, il giorno seguente, di «Aida», mentre restano solo pochi biglietti disponibili per le serate evento Roberto Bolle and Friends del 17 luglio e Placido Domingo - Antologia de la Zarzuela del 21 luglio.«Questo è un festival che lancia segnali di grande vitalità», conclude Polo. «È tutto fuorché un festival ancorato al passato».

Elisa Pasetto


Allestimenti nuovi e messe in scena da film

mercoledì 21 .06. 2017 CRONACA, p. 11


Potrebbe essere la chiave per riempire la «sala», quella cavea dell'anfiteatro, che lo scorso anno si è popolata solo per meno del 60 per cento delle sue potenzialità. Coinvolgere di più il pubblico giovane, anche con politiche di prezzo adeguate, sembra abbia portato bene alle altre fondazioni liriche. «Il pubblico dell'Arena ha già un'età media più bassa di quello di altri teatri», chiarisce il sovrintendente Giuliano Polo, «che si attesta tra i 4 e i 50 anni, ma soprattutto è formato da melomani ma anche da molte persone che s i avvicinano per la prima volta all'opera. Le facilitazioni per i giovani? Già ci sono, ma non penso che sia l'aspetto del costo che in Arena inibisce: nell'anfiteatro si va dalla platea per i supervip alla curva da stadio, dove con 14 euro si può assistere a un'opera».Quali strategie, allora, per attirare anche gli under 30? Una è riprendere l'abitudine a «un allestimento nuovo ogni anno». dell'altra avremo la riprova nel «Nabucco» firmato Arnaud Bernard: messe in scena «molto cinematografiche, che sembrano quasi un film», adatte al gusto di ragazzi cresciuti a pane e tv.Il prossimo passo, non nasconde Polo, potrebbe essere coinvolgere anche qualche regista cinematografico che ha sposato l'opera, come la Traviata di Sofia Coppola all'Opera di Roma, quella di Ozpetek al Teatro San Carlo di Napoli. «Sempre, però, tenendo conto che la scenografia di un'opera in Arena comporta un investimento di un milione e mezzo, due milioni di euro. Innovazione sì», ammonisce Polo, «ma cum grano salis».

Elisa Pasetto